Storia di Capoterra

La storia di Capoterra è comune alla storia generale della Sardegna, segnata nei millenni da invasioni di popoli venuti d’oltremare allo scopo di conquistarla. Ma è anche una storia di fiere reazioni in difesa della libertà e di grandiose rinascite.
Dai reperti rinvenuti nel territorio di Capoterra si evince la presenza della cultura di Ozieri (3300–2800 a.C. circa), considerata la prima grande cultura comune a tutta la Sardegna e caratterizzata da una raffinata ceramica, dalla religiosità verso la Dea Madre e dal culto dei mort
i manifestatosi attraverso le domus de janas.
Ma è alla civiltà nuragica (1600–VI s
Corso Gramsciec. a.C. circa), la seconda grande cultura comune a tutta la Sardegna, che il nostro territorio diede un contributo notevole dal momento che in esso furono edificati numerosi nuraghe, come dimostrano le antiche carte, e come testimoniano le rovine visibili nelle località Cùcuru Ibba e Mont’Arrùbiu.
Di sicuro il nostro territorio visse in prima persona la frequentazione fenicia (attestata in Sardegna a partire dal X sec. a.C.) e poi, dal VI sec. a
.C., la dominazione cartaginese (detta anche punica). I Punici si comportarono assai diversamente dai Fenici. Mentre questi ultimi si accontentavano di creare rapporti esclusivamente commerciali con i Paesi soggetti alla loro frequentazione, dunque anche con la Sardegna, Cartagine al contrario si poneva l’obiettivo di conquistare e “punicizzare” i territori che cadevano sotto la sua influenza. I Sardi opposero una fiera resistenza alla conquista Cartaginese, ma dopo qualche successo iniziale dovettero soccombere all’invasore, così che gran parte della Sardegna, quella più fertile e le città, fu profondamente punicizzata, tanto che ancora oggi sopravvivono nella lingua sarda parole come mitza (sorgente), tzìpiri (rosmarino), di indubbia origine punica o, comunque, semitica. All'epoca punica (V e IV secolo a.C.), risale l'insediamento scoperto nella zona di Su Loi.
Ma nei secoli III e II a.C. Cartagine fu coinvolta in una serie di guerre disastrose contro i Romani, che si conclusero nel 146 a.C. con la distruzione della città punica. Nel frattempo il suo impero era stato fagocitato da Roma e con esso la Sardegna, occupata dai Romani fin dal 238 a.C. Anche stavolta non mancarono le fiere reazioni dei Sardi contro i nuovi invasori, come la rivolta di Hampsicora del 215 a.C., conclusasi però con la vittoria delle armi di Roma, che pian piano conquistò tutta l’Isola romanizzandola profondam
ente. Effetti della romanizzazione dell’Isola furono, tra l’altro, una imponente rete viaria, lo splendore di città quali Caralis, Nora, Bithia, Tharros, Olbia, per citarne solo alcune, e alla fine dell’Impero romano d’occidente (476 d. C.) la nascita della lingua sarda, una lingua neolatina, come l’italiano, il castigliano o il francese, ma di tali lingue assai più vicina al latino originario. Anche il nome Capoterra pare derivi dal latino Caput Terrae. Sono innumerevoli le presenze della civiltà romana sul territorio di Capoterra. Oltre a tanti reperti, su tutti citiamo quelli trovati in loc. Su Pezzu Mannu, è doveroso ricordare il villaggio minerario di epoca imperiale situato in località Bac’’i Àlinu.
In epoca gi
udicale Capoterra divenne una villa della Curatoria di Nora. Nel 1107 Caput Terrae venne donata, insieme ad altri territori, dal giudice Torchitor de Lacon alla Chiesa di S. Lorenzo di Genova. Nel 1120 Caput Terrae ritornerà a far parte del Giudicato di Cagliari. Dopo la capitolazione di Santa Igia il giudicato di Cagliari passò sotto il controllo di Pisa. Nel 1288 i pisani, dopo la sconfitta navale della Meloria, firmarono la pace con Genova, ma non la rispettarono, fatto che costrinse i Genovesi a reagire con azioni violente, fra le quali una di queste interessò anche la zona di Capoterra. In seguito il territorio e il villaggio di Capoterra passarono, per motivi di matrimonio, al Giudicato d'Arborea.
Ma la Sardegna divenne ben presto terra di conquista degli Aragonesi, i quali sbarcati nell’Isola nel 1324 non tardarono a scontrarsi contro il giudice Mariano IV d’Arborea e purtroppo Capoterra pagò un prezzo altissimo alla guerra, poiché intorno all’anno 1353 fu incendiata e distrutta dagli uomini del capitano aragonese Be
rengario Carroz.
Il villaggio rimarrà disabitato per oltre tre secoli, sino alla sua rinascita avvenuta il 9 maggio 1655, quando il barone Girolamo Torrellas fondò la nueva Villa de Caputerra – En S. Efis in onore di Sant’Efisio cui è attribuita la liberazione dalla pestilenza che in quegli anni infieriva in gran parte della Sardegna. Prima del 1655 gli unici abitanti del territorio erano i Monaci Basiliani, eremiti nella località di Santa Barbara, dove sorge l’omonima chiesa. Il lungo periodo feudale segnò profondamente lo sviluppo del territorio, e l’arte agricola, che per lunga tradizione vi viene praticata, deve molte delle tecniche all’introduzione che fece il Marchese Stefano Manca di Villahermosa. L’Editto delle chiudende, promulgato da Carlo Alberto, concluse il lunghissimo periodo feudale.

La Chiesa di Sant'Efisio in una foto degli anni '50Il resto del racconto è comune alla nostra cittadina, a molti altri centri dell’Isola e del sud d’Italia: l’impennata dell’agricoltura in periodo fascista, la guerra, la ricostruzione e lo sviluppo industriale. Ricordiamo gli eventi che sono tappe della trasformazione economica del centro: le miniere di San Leone, attive dal 1840 sino al 1963, la cui esistenza richiese anche la costruzione della prima ferrovia della Sardegna che doveva portare il materiale estrattivo sino allo scalo di Maddalena; le Saline di Macchiareddu, ancora attive ed i cui cumuli di bianco sale sono visibili dallo Stagno.
 

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